Ho incontrato un campione del mondo di handbike

Un giorno a una conferenza organizzata dal CIP (Comitato Paralimpico Italiano) ho sentito dire che in Italia solo il 15% degli adolescenti con disabilità pratica qualche sport.

Quel giorno sono rimasto sbalordito e incredulo da questo numero tant’è che oggi a distanza di qualche anno leggendo la storia Jetze Plat ho subito pensato a quel 85% di potenziali campioni del mondo che non sapranno mai di esserlo.

Naturalmente vi starete chiedendo chi è Jetze Plat. Jetze è un ragazzo olandese di 27 anni ed è oggi l’handbiker più veloce del mondo. Ha da poco vinto la medaglia d’oro ai campionati del mondo di Handbike tenutisi a Maniago i primi di agosto e parteciperà a settembre ai campionati del mondo di Triathlon paralimpico, di cui tra l’altro detiene il titolo.

Ai mondiali di Maniago ho avuto la possibilità di ammirarlo in azione e al termine della gara di scambiare con lui alcune parole. Alla fine dell’articolo troverete una breve intervista nel mio inglese un po’ stentato… ma ho imparato con il tempo che con le lingue l’importante è capirsi.

Dopo la breve chiacchierata fatta quel giorno, incuriosito da chi fosse questo ragazzo, ho letto dal suo sito la sua storia. Ciò che mi ha colpito è stato scoprire come Jetze si sia avvicinato all’handbike: non per vincere medaglie o per spirito di competizione, ma per andare a scuola in bici e stare con gli amici della sua età, insomma per sentirsi un “ragazzino normale”

Nato con una malformazione alle gambe ha capito ben presto che non avrebbe mai potuto utilizzare una bicicletta tradizionale e ha scoperto già all’età di 4 anni questo strano mezzo di locomozione. Racconta che la sua prima handbike era talmente pesante e scomoda che i suoi genitori dovevano spesso spingerlo perché da solo non ce la faceva. Con il passare degli anni poi gli hanno comprato biciclette più comode e adatte a lui. Crescendo infine ha scelto di praticare l’handbike come sport, diventando a 27 anni campione del mondo sia nella gara a cronometro che in quella in linea.

Provo a immaginare la preoccupazione e l’apprensione dei suoi genitori nel vederlo spingere i pedali di una bicicletta troppo grande e pesante per lui tanto da doverlo aiutare il più delle volte. Le loro difficoltà nell’accettare l’idea che il proprio figlio avrebbe vissuto un’adolescenza inevitabilmente diversa dai coetanei. Ma immagino anche l’amore ed il coraggio che li hanno spinti a sostenerlo e accompagnarlo rendendolo indipendente ed autonomo

Purtroppo nel “mondo” della disabilità si incontrano spesso difficoltà oggettive che possono portare una famiglia a non far praticare sport al proprio figlio.
Strutture inadeguate, mancanza di associazioni sportive sparse capillarmente nel territorio, attrezzature molto costose.
Molte volte però è anche la paura a frenare i genitori che temono di vedere il figlio farsi male o dover affrontare difficoltà o impegni troppo grandi per lui

Dovremmo invece prendere spunto dalla storia di Jetze, che dall’essere un ragazzo come molti ha saputo diventare il numero uno del mondo.

Non è importante che tutti diventino dei campioni ma è fondamentale che si confrontino con loro stessi, che si mettano alla prova, che imparino a credere nelle proprie potenzialità, a superare i propri limiti, a cadere, fallire e riprovarci.

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